In principio era Bruce Lee, l'orgoglio della cina, il Dragone.
Tra un calcio, un urlo animalesco e una mossa rapida e precisa, il Divino Bruce è stato il primo a vergare il libro delle arti marziali cinematografiche.
Poi, nel 1984, lo stesso regista di Rocky - grande tributo cinematografico al ring - decise che era ora di mostrare quanto le arti marziali, nella fattispecie il karate, fossero degne di attenzione; un'attenzione che fino a quel momento, escludendo Bruce Lee, l'America non aveva ancora rivolto a questo mondo antico e affascinante.
A chi John Avildsen decise di affidare lo scettro di nuovo eroe delle arti marziali?
Un mito come Stallone aveva incarnato quello del mondo della boxe, ma un paragone con il Dragone era fuori discussione e un successo simile al suo era davvero impossibile da bissare.
E così il regista decise di ribaltare gli stereotipi, e scelse un ragazzino.
Proprio così, un ragazzino gracile e carino dalle origini italiane: Ralph Macchio. Gli affiancò un anziano signore giapponese dall'aria saggia, Noriyuki "Pat" Morita nel ruolo del mitico Maestro Miyagi, e diede inizio al mito di KARATE KID.
La trama è semplice ma ha conquistato gli adolescenti di allora (tra cui la sottoscritta, che mai avrebbe pensato di finire veramente in una palestra dove le arti marziali hanno un ruolo fondamentale): un ragazzo un po' sfigato vittima di bullismo viene istruito (con metodi originali, per esempio imparare a bloccare i pugni dando e togliendo la cera all'automobile, da cui la celebre citazione "Daniel-san: dai la cera, togli la cera") sulla onorevole arte del Karate, per difendersi dagli energumeni che lo perseguitano.
Inutile ricordare la maestosità del trionfo del nostro Danny LaRusso, che non è soltanto quel che sembra in superficie: non si tratta solo del riscatto di un giovane timido italoamericano, ma della vittoria della filosofia sulla violenza, della concordia sulla prepotenza.
Sì lo so, a questo punto vi aspettereste che io dica che l'amore vince sull'odio, ma certe cose non si dicono: si fanno solo funzionare.
mercoledì 28 novembre 2012
martedì 27 novembre 2012
Come un lampo di vita, come un pazzo gridar
Chi ha detto che le fiabe non esistono?
C'è un luogo senza spazio né tempo, lontano ma anche più vicino di quanto immaginiamo, in cui saltimbanchi, ballerine e clown animano le notti di luna piena e regalano ai bambini sogni scritti in libri di carta di stelle, vergati con inchiostro lunare.
Questo luogo è stato fortemente voluto da un poeta, un omino che del ballo e dell'arte aveva fatto la sua vita.
Guy Laliberté, si chiamava, ed era cresciuto guardando il cielo, con la voglia di spiccare il volo e salire in alto, in alto, e lasciarsi andare.
Era il 1984, quando ancora non esistevano né iPhone né Playstation, e i bambini sognavano ancora a occhi aperti, perché la fiaba se la dovevano immaginare per viverla, altrimenti non appariva.
A Montreal, in Canada, questo omino che si chiamava Guy Laliberté un giorno decise che il suo sogno poteva diventare la fiaba perfetta per tutti coloro che, grandi e piccini, avessero avuto un cuore innocente. E così, nacque il Cirque du Soleil, il Circo del Sole, giocando sull'equivoco cerchio-circo (in francese cercle-cirque).
Non ci sono animali in questo circo, e i pagliacci hanno un ruolo marginale: al centro dello spettacolo ci sono i 3800 artisti che animano gli 8 spettacoli in tournée e i restanti 9 stabili nelle città di Montreal, Las Vegas - dove sono allestiti 6 spettacoli permanenti -, a New York, Orlando, Macao e di recente anche a Dubai e Singapore.
Ogni spettacolo è una piccola fiaba: ha un inizio, un nucleo e una conclusione, racconta qualcosa, e lo fa con un linguaggio inventato, per questo magico, con la danza, le acrobazie da saltimbanchi e la musica. Spettacolari salti nel vuoto, contorsioniste che paiono disegnare curve nell'aria con il proprio corpo, bambini straordinari, con doni e talenti incredibili: gli artisti del Cirque sembrano irreali, da tanto sono perfetti e meravigliosi, non sono umani: sono creature magiche.
Non li vedremo durante l'inverno: come le fate e i folletti, gli artisti del Cirque si svegliano con la primavera, e animano di fantasia le città ingrigite dalla passata fredda stagione.
Non a caso, piccoli folletti e fatine, chiudiamo i nostri (e vostri!) saggi di fine anno con le loro voci.
C'è un luogo senza spazio né tempo, lontano ma anche più vicino di quanto immaginiamo, in cui saltimbanchi, ballerine e clown animano le notti di luna piena e regalano ai bambini sogni scritti in libri di carta di stelle, vergati con inchiostro lunare.
Questo luogo è stato fortemente voluto da un poeta, un omino che del ballo e dell'arte aveva fatto la sua vita.
Guy Laliberté, si chiamava, ed era cresciuto guardando il cielo, con la voglia di spiccare il volo e salire in alto, in alto, e lasciarsi andare.
Era il 1984, quando ancora non esistevano né iPhone né Playstation, e i bambini sognavano ancora a occhi aperti, perché la fiaba se la dovevano immaginare per viverla, altrimenti non appariva.
A Montreal, in Canada, questo omino che si chiamava Guy Laliberté un giorno decise che il suo sogno poteva diventare la fiaba perfetta per tutti coloro che, grandi e piccini, avessero avuto un cuore innocente. E così, nacque il Cirque du Soleil, il Circo del Sole, giocando sull'equivoco cerchio-circo (in francese cercle-cirque).
Non ci sono animali in questo circo, e i pagliacci hanno un ruolo marginale: al centro dello spettacolo ci sono i 3800 artisti che animano gli 8 spettacoli in tournée e i restanti 9 stabili nelle città di Montreal, Las Vegas - dove sono allestiti 6 spettacoli permanenti -, a New York, Orlando, Macao e di recente anche a Dubai e Singapore.
Ogni spettacolo è una piccola fiaba: ha un inizio, un nucleo e una conclusione, racconta qualcosa, e lo fa con un linguaggio inventato, per questo magico, con la danza, le acrobazie da saltimbanchi e la musica. Spettacolari salti nel vuoto, contorsioniste che paiono disegnare curve nell'aria con il proprio corpo, bambini straordinari, con doni e talenti incredibili: gli artisti del Cirque sembrano irreali, da tanto sono perfetti e meravigliosi, non sono umani: sono creature magiche.
Non li vedremo durante l'inverno: come le fate e i folletti, gli artisti del Cirque si svegliano con la primavera, e animano di fantasia le città ingrigite dalla passata fredda stagione.
Non a caso, piccoli folletti e fatine, chiudiamo i nostri (e vostri!) saggi di fine anno con le loro voci.
lunedì 26 novembre 2012
Bajanà primo al concorso "I giovani per la C.R.I."!
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| il gruppo di scalmanati "Bajanà"! |
Il nostro affetto e la nostra soddisfazione vanno ai nostri ragazzi, ma vorremmo esprimere al corpo della Croce Rossa, la cui storia risale al 1864, la nostra gratitudine, per ogni volta in cui hanno assistito malati e feriti, persone bisognose, persone povere, e sole. Senza il lavoro di questi coraggiosi volontari la nostra società perderebbe in termini di civiltà. Instancabili, non conoscono riposo, non conoscono pretese; fanno il loro lavoro con dedizione spinti dalla consapevolezza che è importante e fondamentale per il paese.
Siamo felici di avere avuto l'opportunità, nel nostro piccolo, di poter contribuire con la nostra partecipazione al sostegno della Croce Rossa... e felici che i nostri bambini si siano dati tanto da fare!
venerdì 23 novembre 2012
Le interviste: 3 La ricerca corporea di Olivia Giovannini
Olivia è una ragazza minuta, apparentemente fragile per via
del fisico da ballerina, ma è un’artista caparbia, decisa e sempre in
discussione. “Ho iniziato a studiare balletto
classico da piccola, ma il mio amore è da sempre la danza contemporanea: seguivo
i corsi di Nicoletta Bernardini e avevo prove ogni giorno, ma ero
felice di dedicare tutta me stessa alla mia passione” racconta Olivia. Questa
pulsione che alberga nel sangue è impossibile ignorarla: “presto mi sono spostata in giro per l’italia per frequentare laboratori
e seminari con Ornella D’Agostino, una ballerina che aveva un gruppo di
formazione sul contemporaneo, e più tardi ho incontrato Michele Di Stefano,
meglio conosciuto come ‘MK’, che è anche il nome della sua compagnia. Con il loro
gruppo di ricerca sperimentale ‘Acquario’ ho iniziato una collaborazione molto
fruttuosa tra Milano, Bologna e Ravenna”. Ma Olivia ha sete di
approfondire, e intraprende anche un percorso universitario parallelo coerente
con la sua passione per la danza: si laurea infatti al D.A.M.S. di Torino con
una tesi dedicata proprio alla compagnia MK. “Questa disciplina ha cambiato la mia vita: è molto più vicina all’arte
contemporanea che al teatro come molti potrebbero pensare, ed è in continua
evoluzione”. Lo dimostra il successo di “Alice Mixdown”, progetto di Olivia
in collaborazione con il dotato illustratore e ballerino genovese Cristiano
Baricelli, rappresentato tempo fa al Teatro dell’Archivolto: “si tratta di un piccolo lavoro sul
Bianconiglio, ma è anche una ricerca espressiva su movimento e relazione del
corpo nello spazio. All’Archivolto mi muovevo su un palco dove però poteva sedere
anche parte del pubblico; a Torino ero in vetrina, su un divano, e tentavo di
catturare l’attenzione dell’impassibile Baricelli seduto accanto a me; a Roma,
invece, abbiamo lavorato in un appartamento: a seconda della location anche
l’opera cambia, si adatta, si trasforma.” Così come il progetto ‘P.P-P. 4.2’,
che vede Olivia nei panni di un i-pod vivente: “io indosso delle cuffie e le persone possono scegliere la musica sulla
quale io, poi, comincio a ballare”. Una ricerca artistica continua che
Giovannini porta avanti con il progetto S.A.N., nato per questo scopo: perché
danzare significa anche modificare e creare nuove dimensioni.
giovedì 22 novembre 2012
In punta di piedi
La prima domanda che mi sento fare dalle bimbe che studiano danza classica, è "ma quando le mettiamo le punte???"
Si sa, la scarpa in sé è territorio femminile: magnifica ossessione, oggetto magico in grado di rapire l'immaginario di qualunque fanciulla, a qualsiasi età. Ma questa volta non parleremo del meraviglioso incantesimo della calzatura, ma di pura funzionalità, e di eleganza.
Il ballo sulle punte è territorio rosa, ma non da sempre: in qualche caso i ballerini maschi studiano in punta, e il motivo va ricercato nel tentativo di rafforzare il collo del piede e le caviglie; nulla ha a che vedere con il movimento carezzevole e delicato della donna, la sinuosità del gesto appena percepito, il piccolo dolce passo silenzioso della danzatrice.
Tuttavia, bisogna attendere il XX° secolo per consacrare la scarpetta da ballo come esclusiva femminile. Da questo momento in poi si differenziano anche i diversi tipi di scarpetta a punta: quella occidentale, con lacci predisposti a regolare il collo della scarpa e una mascherina a base larga, e quella russa, con la mascherina più stretta, e senza lacci.
Solo una cosa, è sempre rimasta tale e quale nei secoli: la gioia di ballare, e quella di chi ha il privilegio di osservare quella gioia che è in equilibrio sulle punte.
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| La scarpa da punta europea |
Il ballo sulle punte è territorio rosa, ma non da sempre: in qualche caso i ballerini maschi studiano in punta, e il motivo va ricercato nel tentativo di rafforzare il collo del piede e le caviglie; nulla ha a che vedere con il movimento carezzevole e delicato della donna, la sinuosità del gesto appena percepito, il piccolo dolce passo silenzioso della danzatrice.
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| la scarpa da punta russa |
Solo una cosa, è sempre rimasta tale e quale nei secoli: la gioia di ballare, e quella di chi ha il privilegio di osservare quella gioia che è in equilibrio sulle punte.
mercoledì 21 novembre 2012
Pilates, chi era costui?
"Buondì, vorrei avere informazioni sul corso di PAILEITS".
"Salve, ho sentito che da queste parti fate PILAT'"
"Mi piacerebbe molto fare PILATS"
Eh lo so, mica ve la rendiamo facile la vita: quest'anno poi, che abbiamo anche il QI GONG (pron. CI KUNG) immagino che i pensierini verso di noi siano tutti di natura tenera e amorosa.
Ma giuro, non è colpa nostra, anzi: è proprio per evitarvi l'imbarazzo di cui sopra che abbiamo deciso di raccontarvi un po' meglio come mai questa famosa attività ginnica assimilabile allo stretching (ma molto più efficace) possiede un nome così strano.
JOSEPH PILATES (pron. Pilàtes!), si chiamava proprio così: era di origine greco-tedesca, nato a Düsseldorf nel 1883. Questo signore è stato la prova vivente che a volte la sfida contro la propria natura non è affatto persa in partenza, anzi, è molto gustosa: da piccolo, infatti, il piccolo Joseph era tutto il contrario di un atleta prestante; affetto da rachitismo, cagionevole di salute perché soggetto a febbri reumatiche, non si poteva certo immaginare che avrebbe rivoluzionato il mondo del fitness.
Suo padre era però un ginnasta di fama, e la mamma una valente naturopata. Joseph crebbe, dunque, con i concetti di "rispetto del proprio corpo" e di "metodo naturale" impressi nei geni. Il resto lo fece il desiderio di superare i propri limiti fisici e sconfiggere le malattie che lo rendevano oggetto di scherno agli occhi dei compagni di scuola e degli estranei. Un giorno si alzò, si guardò allo specchio, fece un bel respiro e iniziò un lungo percorso di riscatto, studiando culturismo, sci e tuffo. Partì - come si dice in gergo - "a testa bassa", insomma.
Nel 1912 si trasferì in Inghilterra, e durante la prima guerra mondiale si ritrovò in un campo di prigionia tedesco, dove - anziché disperarsi - mise a punto ancora di più le sue tecniche per rafforzare il fisico e, c'è da scommetterci, anche la psiche.
La grande conoscenza dell'anatomia umana, unita allo studio del movimento muscolare, lo portò a mettere a punto il metodo che assunse il suo nome, ed egli stesso iniziò a insegnare ai più grandi ballerini della storia della danza, come Marta Graham e George Balanchine.
Uno come Pilates, nato fragile come vetro e diventato indistruttibile come l'acciaio, forse doveva tutto alla sua forza interiore, che non smise mai di infondere anche nel prossimo: tra le sue ultime invenzioni ricordiamo un macchinario speciale, atto a consentire anche ai malati immobilizzati a letto di esercitarsi.
Un personaggio così, ne converrete, difficilmente poteva rimanere ignorato dalla storia.
"Salve, ho sentito che da queste parti fate PILAT'"
"Mi piacerebbe molto fare PILATS"
Eh lo so, mica ve la rendiamo facile la vita: quest'anno poi, che abbiamo anche il QI GONG (pron. CI KUNG) immagino che i pensierini verso di noi siano tutti di natura tenera e amorosa.
Ma giuro, non è colpa nostra, anzi: è proprio per evitarvi l'imbarazzo di cui sopra che abbiamo deciso di raccontarvi un po' meglio come mai questa famosa attività ginnica assimilabile allo stretching (ma molto più efficace) possiede un nome così strano.
JOSEPH PILATES (pron. Pilàtes!), si chiamava proprio così: era di origine greco-tedesca, nato a Düsseldorf nel 1883. Questo signore è stato la prova vivente che a volte la sfida contro la propria natura non è affatto persa in partenza, anzi, è molto gustosa: da piccolo, infatti, il piccolo Joseph era tutto il contrario di un atleta prestante; affetto da rachitismo, cagionevole di salute perché soggetto a febbri reumatiche, non si poteva certo immaginare che avrebbe rivoluzionato il mondo del fitness.
Suo padre era però un ginnasta di fama, e la mamma una valente naturopata. Joseph crebbe, dunque, con i concetti di "rispetto del proprio corpo" e di "metodo naturale" impressi nei geni. Il resto lo fece il desiderio di superare i propri limiti fisici e sconfiggere le malattie che lo rendevano oggetto di scherno agli occhi dei compagni di scuola e degli estranei. Un giorno si alzò, si guardò allo specchio, fece un bel respiro e iniziò un lungo percorso di riscatto, studiando culturismo, sci e tuffo. Partì - come si dice in gergo - "a testa bassa", insomma.
Nel 1912 si trasferì in Inghilterra, e durante la prima guerra mondiale si ritrovò in un campo di prigionia tedesco, dove - anziché disperarsi - mise a punto ancora di più le sue tecniche per rafforzare il fisico e, c'è da scommetterci, anche la psiche.
La grande conoscenza dell'anatomia umana, unita allo studio del movimento muscolare, lo portò a mettere a punto il metodo che assunse il suo nome, ed egli stesso iniziò a insegnare ai più grandi ballerini della storia della danza, come Marta Graham e George Balanchine.
Uno come Pilates, nato fragile come vetro e diventato indistruttibile come l'acciaio, forse doveva tutto alla sua forza interiore, che non smise mai di infondere anche nel prossimo: tra le sue ultime invenzioni ricordiamo un macchinario speciale, atto a consentire anche ai malati immobilizzati a letto di esercitarsi.
Un personaggio così, ne converrete, difficilmente poteva rimanere ignorato dalla storia.
martedì 20 novembre 2012
Vieni che te lo spiego: Il Saggio Spettacolo
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| Una bella foto scattata durante il saggio spettacolo di fine anno: Alegrìa! |
Il Saggio Spettacolo, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è forse il momento più importante di tutto il percorso didattico: è la resa dei conti, la vera "prova" che conferma i progressi ottenuti e rafforza ciò che si è appreso durante le lezioni. Per chi ha il sogno di diventare un ballerino, il momento dell'esibizione è chiaramente quello più agognato, il motivo di tanta fatica.
"Sì, ma mia/o figlia/o non viene a lezione con la prospettiva di danzare per professione, vuole solo divertirsi", qualcuno obietterà.
Eppure siamo convinte all'unanimità, maestre e segretarie, che sia comunque importante, nell'economia dell'insegnamento di qualunque cosa, la "prova" finale. A nessuno di voi, immagino, verrebbe mai in mente di mettere in discussione le interrogazioni, o gli esami dei vostri figli. Eppure, al di là della constatazione da parte dei docenti di quanto il ragazzo o la ragazza abbiano appreso, nella verifica delle conoscenze c'è qualcosa di molto più importante, che si traduce con il rafforzamento della sicurezza dei vostri figli, della loro capacità di aggirare gli ostacoli, di superarli e di costruire la propria identità.
Un esame qualsiasi ha anche questo effetto: permette di crescere e diventare adulti forti, lucidi, che non temono di esporsi e affermare le proprie idee.
Il saggio è un esame vero e proprio sulla danza, senza voto esplicito. Il suo fine è -sì - mostrare alle famiglie quanto il nostro lavoro e quello dei ragazzi sia stato serio durante l'anno scolastico, ma anche e soprattutto consentire loro di acquisire disinvoltura davanti a un pubblico, su un palco, quando tutta l'attenzione è concentrata su di sé.
Guardate che non è così facile. Eppure, serve tantissimo a farli sciogliere, ad abbattere i muri che alcuni di loro costruiscono per proteggersi dalla realtà. Li aiuta, seppure indirettamente, a fronteggiare la vita.
Sbucciarsi le ginocchia non è importante, se alla fine si impara ad andare in bicicletta. E poi, una volta imparato, garantito che non si sbucceranno più! :)
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